REGRESSO 2009 - RISCOSSA ARTIGIANA"> REGRESSO 2009 - RISCOSSA ARTIGIANA

 

Comune di Fano - Associazione Regresso Arti

 

REGRESSO 2009 - RISCOSSA ARTIGIANA

Fano - Rocca Malatestiana 12 - 27 settembre 2009

INAUGURAZIONE: SABATO 12 SETTEMBRE 2009 ORE 18,00

ORARI D'APERTURA: LUN-VEN ORE 18,00-21,00 SAB-DOM ORE 18,00-22,00

Mostra collettiva di artisti dell'Associazione Regresso Arti

 

Artisti:


Patrizio Ambrosini
Gabriele Berretta
Andrea Bertuccioli
Franco Cenerelli
Giacomo Cenerini
Sandro Ciriscioli
Andrea Corradi
Chiara Corradi
Davide Dall'Osso
Matteo Gennari
Alberta Gerard
Maria Vittoria Gozio
Giorgio Guidi
Kiyoko Hirai
Alessandra Iudica
Mauro Lucarini
Pino Mascia
Rocco Natale
Ciro Rispoli
Adriana Rossi
Salvatore Scafiti
Tonino Serfilippi
Paolo Silvestri
Paolo Soro
Federico Tancini


CALENDARIO EVENTI:

Sabato 12/09 - ore 18.00

Inaugurazione - presentazione (Prof. Gian Ruggero Manzoni)
"Musica fatta a mano" (concerto) Alessandro Roselli (tastiere e voce) Eric Lumen (batteria)

Venerdì 18/09 - ore 18.00

"L'importanza dell'artigianato nel futuro prossimo" di Andrea Bizzochi

Sabato 19/09 - ore 18.00

"I culti orientali nell'Ager Gallicus" di Oscar Mei
"Kosmòs nei mosaici romani" di Filippo Venturini
"Valori e crisi della Polis: la poesia di Teognide" di Giacomo Piva

Domenica 20/09 - ore 18.00

"usi antichi dei pigmenti vegetali e tecniche d'estrazione" di Marco Fantuzzi (Museo dei Colori Naturali di Lamoli)

Sabato 26/09 - ore 18.00

"La scrittura esterna - nuova epigrafia" di Sandro Giovannini (Heliopolis Edizioni)

Testi critici:

Prof. Gian Ruggero Manzoni - Ernesto Daquanno - Sandro Giovannini

Franco Cenerelli - Andrea Corradi - Alessandro Roselli - Eric Lumen

Introduzione

Come da ormai consolidata tradizione, l'associazione "Regresso Arti" occupa gli spazi della Rocca Malatestiana di Fano, con una rassegna di opere dei propri artisti.

Ma i venticinque giorni alla Rocca sono da considerarsi come il "sommario" di un libro che scriviamo ogni giorno, le cui pagine, i cui capitoli si dipanano tra gli angoli ed i monumenti delle nostre città, da noi amorevolmente curati e mondati dalle lordure dei vandali.

A Fano, anche quest'anno il nostro intervento più di rilievo è stato quello della pulizia delle Mura Romane.

Questa edizione della rassegna è intitolata "Regresso 2009 - Riscossa Artigiana".

Riscossa artigiana è anche il titolo di un raro volume di Ernesto Daquanno stampato in Ancona nel 1929.

La copia da noi consultata, conservata alla Biblioteca Federiciana, appartenne a Dino Garrone, (intellettuale nato a Novara nel 1904 ma che trascorse gran parte della sua vita a Pesaro) lo testimonia una dedica autografa posta nella prima pagina del libro "A Dino Garrone con viva simpatia - Daquanno - Roma, agosto VII"

Dalla prefazione di Alessandro Mazzucotelli al libro "Riscossa Artigiana":

Artigianato? Ecco una parola che in Italia non suona davvero straniera.

Artigiano è sinonimo d'italiano, di creatore, di artista.

La storia dell'Artigianato è la storia dell'intelletto, del gusto, dell'istinto artistico, della genialità creativa e dell'equilibrio del temperamento, della cultura, in una parola dell'umanesimo degli italiani. La bottega dell'artigiano nel nostro luminoso Rinascimento è stata il silenzioso, operoso e raccolto laboratorio accanto al focolare domestico e nell'ombra della Cattedrale e dei palazzi dei Signori e dei Capitani del Popolo.

L'Artigiano fu la sintesi dell'italiano immaginoso e avventuroso, acutamente speculativo e concretamente pratico, poeta e mercante, grande mediatore fra l'arte pura e l'arte applicata. Perchè in Italia tutto si umanizza, tutto si traduce in moneta spicciola, perchè tutto si concilia con le necessità e l'imperativo categorico della vita quotidiana.

Presentazione dell'Assessore alla Cultura del Comune di Fano Franco Mancinelli

L'Associazione culturale “Regresso Arti” collabora da tempo con il Comune di Fano nella tutela dei monumenti e in più occasioni è intervenuta a ripulirli da scritte e segni imbrattanti. A fine estate, da tre anni, propone un'idea dell'arte alla Rocca Malatestiana; quest'anno allestisce una collettiva di arti varie dal titolo programmatico: “Riscossa artigiana”.
L'arte, in origine, era manuale, nata come capacità tecnica, come lavoro artigianale, come techne: parola greca che noi traduciamo sia come arte che come tecnica. Lo sviluppo, il trionfo tecnologico ha poi, nel Novecento, messo in ombra questo aspetto del lavoro che è nell'arte, esaltando l'astratto, il concettuale; utilizzando, spesso, i materiali in forma grezza, non lavorata. In questo modo si è divaricato agli estremi confini quel binomio, un tempo inscindibile, tra la mano esperta e la mente che pensa.
Questa mostra rivendica, invece, la sapienza della tecnica tramandata di generazione in generazione e affinata a fatica, il valore irrinunciabile del lavoro, del tempo trascorso a ritoccare, correggere, tentare la pagina, la tela, il blocco di marmo, il pezzo di legno, il tessuto ecc.. Come a insinuare il dubbio che quando tutto si sostiene su una costruzione mentale, può essere una operazione a freddo, “montata ad arte”, vuota; come a dire che niente si inventa e che l'arte, la Bellezza, come la vita, costa fatica; che non c'è Bello senza studio e senza sofferenza, che quella dell'artigiano è l'arte della vita con il privilegio e tutto il peso della responsabilità e dell'autonomia.

Testi Critici:

Gian Ruggero Manzoni - REGRESSO ARTE A DIFESA DELL'ARTIGIANATO

Oggi, in Italia, anche causa l'avvento delle nuove tecnologie, sempre meno esiste una coscienza della funzione culturale dell'artigianato, spesso considerato come un'appendice marginale dell'arte, invece all'estero va di certo meglio. Ad Amburgo, a Lione, a Barcellona, a Stoccolma, a Praga e in molte località dell'est Europa esistono musei dell'artigianato di una bellezza unica, ricchi di riferimenti antropologici e immagini vive di una tradizione e di una etnicità mai rinnegate.

In essi sono raccolti e inventariati moltissimi manufatti in legno, metallo, tessuto, terracotta e i Governi e le Amministrazioni di quei paesi e di quelle città, per far conoscere la storia che è stata e che è, mandano le scolaresche e le fanno esercitare a riconoscere e catalogare gli oggetti esposti, dando vita a corsi di apprendimento alle varie tecniche. In effetti esiste una differenza non da poco tra scultori, pittori, musicisti, poeti e scrittori, i quali agiscono tramite un talento e un estro personale, spesso rappresentando solo se stessi, e gli artigiani che, invece, incarnano e tramandano, per mezzo della loro opera, lo spirito di una terra e del popolo che la abita.

Tale prerogativa, nonché visione, che lega gli oggetti artigianali di uso quotidiano alla comunità è particolarmente radicata in Oriente, soprattutto in Cina, Corea e Giappone, e proprio in quest'ultima nazione, in cui, nel passato, la presenza di forti radici aristocratiche e di un forte codice educativo hanno dato rigoglio all'artigianato, come espressione di un popolo, la membrana che divide l'arte dall'artigianato è molto sottile. La parola giapponese con cui si designa l'artigianato, mingei, è composta da min, popolo, e gei, arte. "L'arte popolare - scriveva Soetsu Yanagi (1889-1961), fondatore del Museo Mingei a Tokyo - creata e mantenuta in vita dagli artigiani, diversamente da quella degli artisti veri e propri, è molto più integra, incontaminata, semplice e bella. Infatti l'arte Mingei tramanda il fulcro della tradizione e non è personalistica, mentre l'arte con l'A maiuscola è essenzialmente libera, e spesso nasce e si sviluppa come risposta ai bisogni dell'ego dell'artista."

Agli inizi degli anni '90 è stata allestita a Roma una splendida mostra sulla collezione del Mingei tramite la quale sono stati esposti manufatti in legno laccato, ceramiche, abiti e piccola mobilia dove i criteri estetici dominanti di scelta delle opere sono stati quelli della semplicità, se non della frugalità, e della perfetta simbiosi tra forma e funzione e tra materia e bellezza. Merito tali concetti siamo lontanissimi dalla teoria (moderna) "dell'arte per l'arte", in cui tra tradizione e innovazione non esiste dialogo possibile, e il senso del bello, invece di essere al di sopra delle mode del tempo, ne dipende totalmente. Di questo travaglio, tipico della 'modernità' (o 'postmodernità'), che ha attraversato la fine del secolo scorso, non ne esiste quasi traccia nella cultura artigiana, perché ciò che domina è l'intoccabile "senso dell'origine".

Una tazza decorata a mano, un oggetto in ferro battuto, un tappeto, una scatola intagliata, un ricamo continuano a esercitare la funzione per la quale hanno preso forma, e tra forma e funzione, tra materia e bellezza in tali oggetti sussiste un accordo che l'ego dell'artigiano si guarda bene dal violare. Nell'eseguire un'opera a regola (appunto: in base a una regola stabilita e conservata) e nell'arrivare a capo della sua realizzazione, l'artigiano trova il suo appagamento estetico, trova il "sublime", esercita "la mano intelligente", mentre l'artista che vuole essere al passo coi tempi celebra la sua 'autonomia' nello sganciamento completo dalle regole (cioè: dai codici) dell'espressione.

Nell'arte Occidentale odierna la "mano intelligente" e il "senso estetico" spesso portano alla contrapposizione: natura-cultura, materia-spirito, umano-divino, fugacità-eternità, vuoto-pieno, inducendo ad attribuire l' "intelligenza" solo alla mente e non più al binomio coscienza/mano. Nel caso di una manifattura, in cui la componente artigiana è conservata, se il fare (di e con mano) non è "intelligente" l'opera risulta antiestetica così che il "sapere dato dalla tradizione" ce la fa scartare immediatamente come non valida. Soprattutto in tal senso l'artigianato (la capacità artigiana) incarna il concetto stesso di cultura (da cultus, cioè coltivazione e cura della terra) in quanto contiene in sé, esprime e tramanda le componenti etniche, etiche, estetiche, economiche e religiose di una società e di un popolo. In un tempo in cui non si può immaginare una società planetaria se non nei termini di un'omologante deriva tecnologica che investe le stesse arti e modifica il gusto, l'artigianato e la vita nella bottega artigiana rappresentano uno dei pochissimi fattori solidi, un anello di collegamento essenziale della cultura con la natura, e perciò una via di conoscenza completa dove pratica e teoria si fondono e perfezionano a vicenda.

La tradizione artigianale, in tutte le sue forme, è dunque memoria di un essere e trasmissione di significati arcaici-arcani in cui il mito e la storia, il tempo e la perennità s'intrecciano (alchemicamente) e convivono. Titus Burkhardt, uno dei massimi esperti di arte islamica del Novecento, a proposito del mosaico scriveva: "E' particolarmente significativo che l'abilità, in un'arte tradizionale, riguardi al contempo la soluzione tecnica e la soluzione estetica di un dato problema [.] Nell'arte o nell'artigianato - giacché la tradizione non separa queste due professioni - l'insegnamento è spesso muto: l'apprendista vede il maestro all'opera e lo imita.

Ma non vi sono soltanto i metodi di lavoro, poiché il buon artigiano si distingue per tutto un insieme di virtù umane: pazienza, tenacia, disciplina, sincerità che danno all'artigianato un valore pedagogico e ne fanno un mezzo di perfezionamento spirituale. Mentre questo perfezionamento spirituale nelle società avanzate è stato in buona parte obliterato, nelle società indigene è alla base del processo educativo e di inserimento del giovane nella comunità degli adulti. Quindi è crescita e forza."

Ernesto Daquanno - e lo Spirito?

L'utilità pratica, mercantile e venale del lavoro a serie, dell'opera a pezzi, della fatica a macchina, non compensa affatto la perdita di quella simpatia tutta umana, famigliare e paesana del lavoro, dell'opera e della fatica dei tempi andati.

Questa religione della macchina che ci fa servi delle ruote dentate, degli ingranaggii, delle cinghie di trasmissione, dei motori, dei volanti, dei bulloni e di tutta la carabattoleria metallica che forma il meccanismo, è in verità una religione che può lasciare a bocca aperta dallo stupore una tribù d'ottentotti vergini ma non deve assolutamente pretendere d'inchiodare a terra la nostra generazione.

La manìa che affligge oggi la società nostra è una manìa puerile, e perciò appunto pericolosa, in quanto sostituendo all'adorazione del pezzo naturale l'adorazione del pezzo manufatto ha inquinato l'anima degli uomini al punto ch'essi si credono ormai chiamati a cambiar faccia al mondo, e a rifare ab imis tutto quanto nei cinque continenti han lasciato in retaggio i maggiori.

I romani, senza conoscere l'elettricità, han costruito monumenti imperituri, han scavato strade millenarie, vie carovaniere nei deserti e itinerari audacissimi nei mari; i greci, gli assiri, i fenicii, gli egizii, gli stessi mori hanno lasciato impronte numerosissime del loro pollice creatore nell'arte, nei commerci, nelle industrie, nei traffici.

Cosa lasceremo noi agli uomini del prossimo duemila se non il bluff edilizio dei grattacieli newyorkesi? Che vale allora la nostra «perforatrice» rispetto al classico badile? E quale progresso segnano, sugli specchi ustori, le applicazioni vient de paraître dei raggi radio attivi?

Le millanterie di che va gonfia l'attuale civiltà dovranno pure un giorno cadere. Perchè non impunemente si può truffare l'intera umanità dando ad intendere che il progresso è un dato di fatto, controllabile e controllato, e non, invece, una sconcia sicumera e una ridicola presunzione. E accadrà questo: che quando il mondo sarà saturo di elettricità, e l'ingegnere americano, oriundo italico, avrà scaricato il suo fulmine artificiale, e l'atomo sarà esploso, e la linea Londra-Marte avrà le sue partenze e i suoi arrivi regolari, e si potrà sempre, con qualunque tempo, a bordo d'un gingillo o d'un colosso aereo, dormire a New York, far colazione a Londra, prendere il the a Costantinopoli, meriggiare a Benarés, consumare il pranzo a Tokio e assistere a una rappresentazione a San Francisco dopo aver preso un buon caffè a Melbourne e un bicchierino di rosolio a Montevideo, l'uomo della strada, il raté, il poeta sperduto inutilmente dietro un sogno di bellezza porrà una semplice domanda: e lo Spirito?

Sandro Giovannini - La "scrittura esterna", nuova epigrafia...

La pratica e la teoria della "Scrittura esterna", hanno in effetti proceduto di pari passo. E' vero che con il Manifesto, nei primi anni '90, e tutto il coinvolgimento, anche di personaggi illustri che esso ha comportato: antichisti, teorici, giornalisti, eravamo riusciti a convogliare su di noi aspettative piacevolmente incuriosite ed attese più che benevole, ma l'affaire delle magliette letterarie, (il più grande nel paraeditoriale degli ultimi 50 anni) con la sua rapinosa potenzialità, in parte ci distrasse giocoforza dalla sperimentazione teorica, almeno per un certo periodo.... Il fatto che noi si sia stati vicini ad un successo commerciale straordinario, eclatante, e che poi, invece, per la scorrettezza di un mercato che non risparmia alcuna truffa o colpo basso, ne siamo stati sostanzialmente esclusi, in parte ci ha stravolto ma siamo presto riusciti a ricoordinarci, e ad uscire poi a testa alta, senza debiti e con molti inutili crediti, da quell'autentica avventura finanziaria e distributiva. Abbiamo quindi, pianamente e sobriamente continuato ad essere noi stessi, cioè i creativi ed i sognatori di sempre, coloro che pure hanno offerto, pur senza volerlo, anzi agendo e pensando in controtendenza, al mercato dello snob, del lusso e della comunicazione mondana, infinite idee ed ideuzze, per lo più applicate in sordina od in apparente proprietà autentica da altri, altri anche famosi, senza ovviamente quella organicità di sentire e di pensiero che guidava la nostra riflessione e la nostra continua esperienza sui materiali ed i contesti più diversi. Infatti è dall'osservazione appassionata dell'antico, senza però i paraocchi di certo tecnicismo antichistico e senza un'osservanza passatista, ma con una valenza creativa, contaminatoria, allargata, trabordante, che sempre siamo riusciti ad riproporre forme e contenuti, rispettosi sostanzialmente degli archetipi, ma carichi di una forza innovativa impensata e smarcante. Il "molto antico" infatti, diversamente dal riflesso condizionato e pavloviano dei cosiddetti pensatoi del mercato affluente e nevrotico dell'occidente consumista, è una miniera inesplorata per le idee commerciali. Noi di questo siamo stati consapevoli fin dall'inizio dell'avventura della Heliopolis Edizioni, pur non essendo mai stati commercialmente in grado di imporci definitivamente e riconoscibilmente, al di là dell'amplissima sequela giornalistica e critica, secondo i parametri dell'andazzo economico comune. Il mercato, pur contro di noi, ci ha dato, in definitiva, ragione. Le "magliette letterarie", i "braccialetti letterari", le "spille letterarie" e tutte le altre innumerevoli idee che per primi abbiamo saputo rivolgere al mercato, imposte poi per vie trasversali, e soprattutto quelle sollecitazioni che abbiamo inviato, per circa 15 anni, al mondo della moda, del mobile, dell'arredamento, dell'automobile, dell'arredamento urbano, sempre rifiutate e poi spesso, lungo gli anni, sommariamente e confusamente copiate, sono la prova, in fondo, ch'è inutile avere delle idee, se non per poterle "sprecare", quando ci si mette in linea di confronto, aperto, anche se fascinoso, al mondo della comunicazione massiva. In realtà si può dire che abbiamo ricevuto ciò che volevamo. Ora procediamo con uno spirito ben diverso dal passato. Nessuna illusione, ma una perseverante pratica di continuità, nel solco di una nostra creatività, per nulla intaccata da apparenti insuccessi. Il nostro paraeditoriale continua a darci soddisfazioni notevolissime, e chiamarlo paraeditoriale, a tal punto, è quasi una consapevole autolimitazione. Potremmo ormai chiamarla una "linea heliopolis". Con il suo stile inconfondibile, con le sue rinnovate idee, che dai prototipi, validi per le successive tirature per i rotoli, le tavolette, etc, vanno alle proposte multimediali, ancora rivolte ai più disparati settori produttivi, ove la commistione fra parola, disegno, simbolo, evocazione, singolarmente carichi di forza e cultura propria e non solo di "citazionismo da passerella" e quindi gestalticamente anche altro da sé, ovvero non una somma aritmetica di fattori, sia pur intelligenti, ma una elevazione a potenza complessiva, possano ancora avere un senso ed una direzione di significazione e di comunicazione interpersonale. L'ultima nostra proposta, in ordine di tempo, è stata una logica prosecuzione del precedente lavoro, con una ricerca maggiormente spinta sul dato artistico puro, svincolato da qualsivoglia ragione di tipo commerciale. L'istallazione creativa heliopolis, con tre lavori già realizzati in case private ed un lavoro attualmente in fieri su commissione dell'Università "La Sapienza" di Roma, ricrea in uno spazio di quotidianità, un'ampia suggestione di opera complessa, ove citazione segnica, scrittura, scultura e disposizione spaziale pura, siano al servizio di una rammemorazione significante ed assieme di una qualità arredativa, in un chiaro e responsabile equilibrio di intenti.

In tal modo crediamo anche di corrispondere ad una vocazione: una "scrittura esterna" dei nostri lari e penati che continuino a vivere assieme a noi, nel mondo sconnesso e virulento del presente.

Franco Cenerelli - Per una Riscossa Artigiana

Quella dell'artista, nei secoli, è sempre stata la figura più libera di tutte le altre categorie professionali.
Pensiamo ai regimi totalitari che in passato erano cosa ordinaria: imperatori, papi, principi. l'artista, pur concependo il proprio lavoro come mestiere e quindi come esecuzione di commissioni (affrescare palazzi, chiese, eseguire ritratti, erigere monumenti..) assumeva quasi sempre una posizione di dignità al cospetto dell'illustre committente.
All'artista era concessa più libertà che non ai "comuni mortali", un artista poteva permettersi di sfidare apertamente i potenti tanto maggiore era la propria bravura professionale: l'artista aveva un potere contrattuale, grazie alle proprie capacità professionali, e lo esercitava spesso da una posizione di privilegio.
Oggi è il contrario.
Oggi l'artista non può più contare sulle proprie mani perché l'"arte" è divenuta qualcos'altro da quello che è un mestiere fatto con le mani, non ne ha il controllo.
L'artista, sovente, si avvale di altre mani nella confezione del "prodotto" e la propria opera, il "concetto" è un qualcosa di etereo, opinabile, in bilico tra il genio e la truffa.
L'artista oggi, per esercitare con successo la propria professione, per vivere del proprio operato, deve avvalersi per forza di figure terze (se non quarte e quinte.): un critico-teorico che sappia comunicare con le parole ciò che l'artista (ovviamente) non riesce con la propria - il più delle volte astrusa - opera, ha bisogno di un mercante che riesca a convincere i collezionisti i quali si fidano più di un esperto in borsa e quotazioni che del proprio istinto estetico, e che il più delle volte tengono i propri acquisti-investimenti in cavò, prudenzialmente distanti dai propri, tutto sommato tradizionali, occhi.
Ha bisogno di appoggi politici perché oggi non c'è mostra, manifesto, brochure che non porti in calce, assieme a miriadi di loghi commerciali di industrie, fondazioni, banche, qualche blasone di Comune, Provincia o Ministero.
Quindi posso dire che oggi, l'artista è la figura più vulnerabile e meno libera che esista e questi è più ricattabile tanto più è affermato.
Alla luce di ciò rivolgo con piacere l'attenzione agli abili artigiani, depositari di quei "semi" che saranno un giorno preziosi alla ricostruzione del nuovo mondo.
Quanto agli artisti. se c'è l'arrosto, il fumo poi viene da sé.

Andrea Corradi - Regresso Pro Civitate

Sono 10 anni che l'Associazione Regresso Arti si occupa di attività artistiche e culturali, da 4 anni impiega gran parte delle proprie energie nella pulizia e nel restauro dei luoghi urbani degradati dall'incuria e dal vandalismo.

Il nostro desiderio di incidere positivamente nella realtà urbana ponendo in primo piano la bellezza condivisa piuttosto che il nostro ego di artisti, nasce dalla constatazione che non può esserci arte se prima non si rende degno il luogo ove questa si sviluppa.

Il nostro impegno nasce come gratuito e volontario, fino a divenire forma di autofinanziamento per le nostre attività artistiche istituzionali giungendo a modalità di "baratto" con le varie amministrazioni che sempre più volentieri accolgono le nostre proposte.

E' per noi questa una forma di espressione estetica, di conquista di spazi creativi.
La guerra dichiarata, verso ogni vandalo ("writer", "stiker", "stencil".) nasce da alcune semplici considerazioni:
La città è uno spazio mentale, culturale e simbolico dove ciò che conosciamo condiziona ciò che vediamo e ciò che vediamo condiziona ciò che sappiamo.

In origine la città fu l'espressione di un ordine cosmico, il luogo dove se ne condividevano le regole.

I luoghi e gli spazi agiscono sulla psiche dell'uomo che li abita.

Le città come proiezioni delle nostre sensazioni, sempre più di isolamento, smarrimento, spersonalizzazione, divengono "non luoghi" mancanti di presenze simboliche (genius loci), siano esse storiche o fisiche: sono stazioni della metropolitana, parcheggi, rampe autostradali, ove la mancanza simbolica viene inconsciamente rimpiazzata da un simbolismo preso in prestito dal cinema, non ben assimilato, scopiazzato da moti delinquenziali di origine latino-americana e afro-americana, (graffitismo, vandalismo, gang, crew).

Non luoghi, anzi super luoghi, sono invece i centri commerciali, gli "outlet" ecc. ecc. dove la super presenza di neo simbolismi visivi usa e getta, abbaglia l'uomo privandolo di ogni elegante senso estetico.

La sconsiderata espansione dei centri urbani, priva di ogni criterio estetico e di contenuti simbolico culturali, produce interi quartieri "non luoghi": da archetipo di regola e sicurezza, la città diviene così il luogo dello smarrimento e della paura.

L'assetto urbano e l'estetica delle cose ci raccontano un modo di guardare, di sostare e di percorrere. Il grave rischio di non riconoscersi nell'ambiente circostante diviene il rischio di perdere la propria identità, la propria sicurezza: il generarsi di psicosi; la città diviene il labirinto dell'inconscio dove i mostri individuali dell'uomo si mescolano nel buio, così il degrado urbano diviene disturbo psichico oltre che visivo.

Per troppo tempo si è dimenticato il culto del bello, ora urge la bellezza!

Bellezza come cura dell'anima e del corpo, a partire dalle vie che percorriamo ogni giorno nelle nostre città.

Ogni luogo, come ogni persona, è importante che abbia un suo aspetto particolare, un suo odore, un suo colore. Perduto ogni elegante senso estetico, chi imbratta la città di colori si lamenta del suo grigio; grigio è quello delicato della lavanda in Liguria e dei suoi tetti di lavagna, grigio il colore profondo di Parigi.

Bei grigi fatti di infinite sfumature, dai selciati dei nostri centri storici, degli intonaci consunti dal tempo e delle incredibili varietà di pietre con cui i nostri avi costruirono le loro dimore.

Non il grigio del cemento, delle periferie sempre uguali, cemento che il tempo non impreziosisce.

Ogni paese aveva il suo colore ma ora tutte le periferie hanno il medesimo.

Non è il colore come entità fisica ad essere così importante ma la sua connotazione simbolica, come è vissuto ed interiorizzato, se questo fa parte della nostra storia o se semplicemente ci è stato imposto.


"La città è la memoria fissata in un luogo. Ogni avvenimento, ogni gesto nel fluire regolare della città diventa cellula del corpo spirituale del luogo"

(Vittorio Belli da "I Luoghi Della Memoria")


Noi figli di Artigianobifronte siamo gli anticorpi, ed è per noi naturale neutralizzare chi aggredisce il nostro organismo, fermare chi attenta al nostro equilibrio.

Alessandro Roselli, Eric Lumen - "Musica fatta a mano"

È nella colonna sonora dei nostri giorni che si è smarrita la memoria musicale che ha accompagnato la storia dell'umanità .

Il meraviglioso suono della natura che ci circonda è stato sommerso dall'inquinamento acustico odierno, diminuendo così la nostra sensibilità all'ascolto, come se con essa avessimo perduto il gusto di riconoscere la bellezza che va oltre il tempo .

Gli stereotipi musicali che ci propinano i media sono la testimonianza del periodo in cui viviamo, dove quello che acquistiamo oggi, domani non vale più niente.

Come un artigiano recupera il vecchio per farlo diventare nuovo, con umiltà, passione e forte senso pratico, "musica fatta a mano" eseguita con strumenti del nostro tempo, senza dimenticare quello che è sentimento, spirito e volontà di capire noi stessi e il mondo.

 

FANO - ROCCA MALATESTIANA

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